VERBA VOLANT, SCRIPTA MANENT
Alle elezioni sembrano vincere tutti. Per alcuni ogni governo è un successo, per altri un disastro. E se cominciassimo a giudicare attraverso dati, documenti e risultati?
Avete mai notato che, all’indomani di un’elezione, sembrano aver vinto tutti? C’è chi festeggia perché ha conquistato una città che non amministrava da decenni. Chi rivendica di essere il primo partito, anche se ha perso voti. Chi sostiene di aver tenuto rispetto alle previsioni. Chi, pur sconfitto, si dichiara soddisfatto perché il risultato sarebbe stato peggiore senza di lui. A sentirli parlare, non si capisce quasi mai chi abbia perso davvero.
Non è necessariamente perché qualcuno racconta un dato falso. Spesso ognuno sceglie il dato che gli conviene raccontare. Ed è proprio questa la differenza tra un numero e un’informazione: il numero può essere corretto; l’immagine che ne ricaviamo, se manca il contesto, può essere profondamente fuorviante.
Succede anche quando si giudica un governo. La stessa decisione viene presentata da alcuni come una svolta storica e da altri come un fallimento clamoroso. Una misura economica è un successo nei titoli di un giornale e una catastrofe in quelli di un altro. Un risultato viene attribuito al governo in carica da chi lo sostiene; chi lo avversa lo considera un’eredità del passato o l’effetto di circostanze esterne. Il cittadino, alla fine, riceve spesso due racconti incompatibili della stessa realtà.
Non chiediamoci chi ha ragione. Chiediamoci che cosa è successo.
È naturale che una maggioranza difenda il proprio operato e che l’opposizione lo critichi. È il confronto democratico. Il problema nasce quando anche l’informazione smette di aiutare il lettore a distinguere i fatti dalle interpretazioni e finisce per riprodurre soltanto lo scontro tra schieramenti.
Immaginiamo un esempio: un partito perde cinque punti percentuali di consenso a livello nazionale ma vince in un comune importante. Può annunciare una vittoria? Certamente, in quel comune. Può concludere che sia cresciuto ovunque? No. Il suo avversario può esultare perché ha ottenuto più voti rispetto alla tornata precedente? Sì, se il confronto è corretto. Può ignorare che in assoluto ha perso il governo di una città? No, se vuole dare un quadro completo. Le due affermazioni possono essere entrambe vere. Non sono, però, l’intera verità.
Il lettore non dovrebbe dover scegliere a quale versione credere in base alla simpatia per chi parla. Dovrebbe poter trovare, nello stesso luogo, la serie dei risultati, il numero degli elettori, l’affluenza, il confronto con la consultazione precedente, i seggi assegnati e le conseguenze politiche reali. Solo allora potrà formarsi un’opinione.
Come si misura davvero il lavoro di un governo?
Se un governo sostiene di aver migliorato l’occupazione, la prima domanda non è se ci piace il presidente del Consiglio. È se i dati mostrano effettivamente un miglioramento. Ma non basta fermarsi al numero degli occupati: dobbiamo capire che cosa è accaduto alle ore lavorate, ai salari reali, alle diverse fasce d’età, alla qualità del lavoro e al potere d’acquisto delle famiglie.
Se qualcuno annuncia una riduzione delle tasse, dobbiamo leggere la norma, verificare quando entra in vigore, chi ne beneficia, quanto risparmia concretamente e chi, eventualmente, resta escluso. Se si celebra una crescita dell’economia, occorre distinguere valori nominali e reali, confrontare il risultato con il passato e con Paesi comparabili, e valutare quanta parte dipenda da fattori internazionali.
Lo stesso vale per la sanità, la giustizia, la scuola, le infrastrutture. Un investimento annunciato non è un’opera realizzata; uno stanziamento non è automaticamente un servizio migliore; una legge approvata non produce necessariamente l’effetto promesso. Ma vale anche il contrario: un risultato positivo, quando è concreto e verificabile, non deve essere sminuito solo perché ottenuto da un governo che non condividiamo.
C’è poi una questione decisiva: non tutto ciò che accade durante un governo è necessariamente merito o colpa di quel governo. Alcuni effetti dipendono da scelte precedenti, dall’economia mondiale, da decisioni europee, dalle amministrazioni territoriali o da processi che richiedono anni. Una valutazione seria deve riconoscere anche questa differenza.
I numeri non hanno una tessera di partito
I numeri sono il punto da cui partire, non una decorazione da aggiungere a una tesi già decisa. Ma anche i numeri devono essere letti correttamente. Bisogna sapere chi li ha prodotti, quale fenomeno misurano, quale periodo riguardano, se sono definitivi o provvisori e con che cosa vengono confrontati. Un dato autentico può essere utilizzato in maniera ingannevole se viene isolato dal contesto.
Per questo partiremo da documenti e fonti controllabili: Istat, Eurostat, Banca d’Italia, Ufficio parlamentare di bilancio, Corte dei conti, norme pubblicate, bilanci, relazioni tecniche e atti ufficiali. L’Ufficio parlamentare di bilancio, per esempio, è un organismo indipendente istituito proprio per analizzare le previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica e valutare i principali provvedimenti legislativi.
Non pretenderemo che ogni scelta politica si possa riassumere in una cifra: esistono anche diritti, qualità dei servizi, libertà e conseguenze sociali che richiedono un giudizio argomentato. Ma se un’affermazione è verificabile, la verificheremo; se è un’opinione, la chiameremo opinione. E se i dati non consentono una conclusione, non la inventeremo.
Verba volant, scripta manent
Da questa convinzione nasce la nuova rubrica di Nel Merito, «Verba volant, scripta manent»: le parole volano, ciò che è scritto rimane. Non è un modo per sostenere che un documento sia infallibile. È la scelta di mettere alla prova le parole attraverso atti, numeri, fonti e risultati che chiunque possa controllare.
Non assegneremo pagelle a destra o a sinistra sulla base delle dichiarazioni dei loro avversari. Per ogni tema cercheremo di stabilire che cosa era stato promesso, che cosa è stato realmente deciso, quali risultati si possono misurare, che cosa è migliorato, che cosa è peggiorato e che cosa, semplicemente, non sappiamo ancora.
Lo faremo anche quando i documenti racconteranno una storia diversa da quella più ripetuta. Un successo non diventa un fallimento perché proviene dalla parte politica che non ci piace. E un errore non diventa un successo perché proviene dalla parte che preferiamo.
L’Osservatorio AGCOM sul sistema dell’informazione, presentato il 15 aprile 2026, segnala che circa il 20% degli italiani si informa raramente o non si informa affatto. Tra le ragioni che spingono a evitare le notizie emergono la ripetitività dei contenuti (22,3%), la loro negatività (18,1%) e la sfiducia nei giornalisti (14,6%). È un richiamo che prendiamo sul serio: il compito di un giornale non dovrebbe essere soltanto raccontare chi ha attaccato chi, ma dare al lettore gli strumenti per capire.
Non vogliamo dirti che cosa pensare di un governo. Vogliamo metterti nelle condizioni di giudicarlo da solo. Perché le dichiarazioni passano. I fatti restano. E un’opinione libera comincia quando non dobbiamo più scegliere a quale tifoseria credere.
Fonti e documenti
Per le osservazioni sul rapporto tra cittadini e informazione: AGCOM, Osservatorio sul sistema dell’informazione, seconda edizione, comunicato del 15 aprile 2026 e sintesi dei risultati. Per il ruolo degli organismi indipendenti di controllo della finanza pubblica: Ufficio parlamentare di bilancio, «Cos’è l’UPB». Le altre istituzioni citate nel testo sono collegate ai rispettivi siti ufficiali. L’esempio elettorale è ipotetico e serve a illustrare un metodo di lettura dei dati.
